Settembre 2011
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[ Fossili e L’elefante da Il carnevale degli Animali 1886, Vienna di Camille Saint-Saëns]
Scrooge, or Marley’s Ghost [1901]
La nebbia incombeva così spessa davanti alla porta scura della casa, da far credere che il Genio dell’inverno stesse lì a sedere sulla soglia, assorto in una lugubre meditazione.
Ora, certo è che il picchiotto della porta, oltre ad essere massiccio, non aveva in sé niente di speciale. È anche certo che Scrooge, da che abitava lì, l’aveva visto mattina e sera; E lo stesso Scrooge, inoltre, era dotato di così temperata fantasia quanto alcun’altra persona nella City di Londra, compresi, con rispetto parlando, tutti i membri del corpo municipale. Si badi altresì a questo che Scrooge non aveva pensato un sol momento a Marley, dopo averne ricordato la morte, quel giorno stesso avvenuta sette anni addietro. E dopo di ciò, mi spieghi chi vuole come seguisse che Scrooge, ficcata che ebbe la chiave nella toppa, vide nel picchiotto, da un momento all’altro, non più un picchiotto, ma il viso di Marley.
Il viso di Marley. Non avvolgevasi già, come ogni altra cosa intorno, nell’ombra fitta; anzi raggiava un certo bagliore livido come un gambero andato a male in un oscuro ripostiglio. Non era crucciato o feroce; fissava Scrooge come Marley soleva fare, e lo fissava con occhiali da spettro alzati sopra una fronte da spettro. I capelli sollevavansi stranamente quasi mossi da un soffio o da un’aria calda; gli occhi, benché sbarrati, erano immobili; la faccia livida. Una cosa orrenda: se non che l’orrore era estraneo all’espressione di quel viso e in certo modo gli era imposto.
Scrooge si fermò e stette a guardare il fenomeno. Il picchiotto tornò ad esser picchiotto“Cantico di Natale” di Charles Dickens
a cura di Federigo Verdinois
Ulrico Hoepli, 1888
⇨ Arna’s Children [ 2003 ]
⇨ Juliano Mer-Khamis [ 1958 - 2011 ]
⇨ www.arna.info
⇨ Freedom Theatre
⇨ Freedom Theatre You Tube Channel
Il Freedom Theatre di Jenin continua a resistere e rappresenta Aspettando Godot. Il 10 settembre gli allievi dell’attivista ucciso e co-fondatore del Freedom Theatre, Juliano Mer Khamis, con la regia di Alon Udi, per la prima volta rappresentano la commedia di Samuel Beckett: uno spettacolo maturo e serio, in cui monologhi e pensieri interiori prendono il posto dell’ azione.
E’ stato un progetto difficile, nato dal dolore dopo l’assassinio di Mer-Khamis e caratterizzato da attacchi ripetuti al Teatro e al suo staff da parte dell’esercito israeliano. Il regista Udi Alon racconta a ⇨ Alternative Information Center il significato di Aspettando Godot, la nascita del progetto e le sue aspettative per il futuro.
Da dove è nata l’idea di rappresentare Aspettando Godot?
Eravamo tutti in lutto dopo l’assassinio di Juliano e abbiamo voluto preparare qualcosa che fosse triste e rappresentasse i nostri sentimenti. Il mio modo di interpretare Godot riguarda il modo di trovare speranza e significato in situazioni senza senso; questo è il modo in cui ci siamo sentiti e ho pensato che avessimo il diritto al lutto. Aspettando Godot è anche il progetto di diploma degli studenti e volevamo mettere in scena uno spettacolo molto serio con un testo profondo, monologhi e contenuti. Abbiamo voluto assumerci la piena responsabilità perché Jule era solito parlare molto di responsabilità, così abbiamo voluto mostrare il suo duro lavoro, non semplicemente rappresentare una commedia. E in qualche modo Godot sta restituendo questo, in qualche modo abbiamo percepito che in Godot c’è qualcosa sui nostri rapporti così fragili, così caduchi. Quello che è importante sono i piccoli gesti, non quelli grandi, perché di solito vogliamo essere rivoluzionari, siamo alla ricerca di grandi gesti, ma penso che abbiamo anche diritto a piccoli gesti. Siamo deboli, non siamo forti. Si può dire che siamo rivoluzionari, ma siamo così fragili. Non sappiamo chi ha ucciso Juliano, abbiamo nemici ovunque, facciamo fatica a restare vivi, ma c’è qualcosa di bello perché attraverso questa fragilità possiamo creare qualcosa di potente capendo questo e pensando in modo diverso. Ho imparato molto su come lavorare dalla fragilità.
E’ stato difficile preparare lo spettacolo?
E’ stato più che difficile, è stato impossibile. Quello che avete visto oggi è un miracolo. Prima di tutto eravamo tutti sotto shock, in una situazione di post-trauma, e contemporaneamente l’esercito israeliano ha arrestato Rami nel bel mezzo delle prove senza alcuna ragione. Quando si resero conto che non c’era motivo per la sua detenzione, invece di chiedere scusa hanno trovato stupidi pretesti solo per tenerlo in prigione per un mese. E ‘stato rilasciato cinque giorni prima dello spettacolo, quindi non abbiamo avuto abbastanza tempo per le prove. Ci siamo sentiti frustrati e nervosi. Prima che gli attori cominciassero la rappresentazione oggi ho sentito che era una vittoria anche solo perché tutto il gruppo è ancora qui insieme, con me, Rami e la figlia di Jule. Tutto questo è stato quasi troppo per me, e alla fine lo spettacolo è diventato così professionale. Ciò che Jule ci ha insegnato sempre era una combinazione di teoria, arte e azione: non basta essere solo politici e attivisti, perché se si è solo un attivista, tutto ciò che fai è la risposta allo stato di emergenza che l’oppressore mette in te, ma devi anche decidere ciò vuoi a prescindere dall’oppressore, per affrontare anche i tuoi problemi esistenziali. In un certo senso questa è una grande vittoria, è una vittoria per rimanere umani e per Jule era importante che ci fosse uno spirito professionale. E ‘un idea di Edward Said: Bisogna avere una cultura superiore. Ora mi sento così grato al popolo del campo profughi di Jenin che mi ha accolto e mi ha fatto sentire parte della loro famiglia: io sono israeliano e in questo momento non è facile essere un israeliano, soprattutto a Jenin, dove gli israeliani hanno fatto cose orribili.
Qual è l’idea principale che Aspettando Godot vuole illustrare al pubblico?
Parla molto dell’amicizia e della fedeltà in un momento in cui è impossibile avere l’amicizia e la fedeltà. Penso che ciò che è importante in Aspettando Godot è che è molto universale, ma allo stesso tempo è fondamentale per conservare il particolare, la lotta per la Palestina, la causa palestinese, nel contesto dei valori universali. In un certo senso credo che Juliano fosse una voce nel deserto fino a Tahrir Square e alla rivoluzione egiziana. Improvvisamente non ci siamo più sentiti come un’isola, ma di essere parte di un movimento universale, che non ha bisogno di guardare verso l’Occidente per i valori universali, perché adesso abbiamo l’Egitto e la Tunisia. Penso che Aspettando Godot parli molto dell’esistenza degli esseri umani nel mondo, ovunque. Allo stesso tempo, rappresenta la nostra anima, in quanto attori del Freedom Theatre e come palestinesi e israeliani che lottano per i diritti del popolo palestinese. Per questo motivo abbiamo deciso di rappresentarlo in dialetto palestinese e non in arabo classico, e così facendo percepiamo lo spettacolo come inerente alle nostre relazioni, le nostre lotte, i nostri problemi. Un altro elemento importante è che cerchiamo di portare nel nostro teatro lotte importanti come quella per l’emancipazione delle donne. Questa non è la prima volta che i personaggi principali del nostro spettacolo sono donne e in Aspettando Godot abbiamo costruito i personaggi sulla confusione di genere. Per esempio, Didi è una donna, ma è vestita come un uomo. Da un punto di vista più generale, noi crediamo in un unico grande stato bi-nazionale, ma non possiamo credere in questo dialogo che Israele sta cercando di condurre con i palestinesi usando denaro europeo. Crediamo di essere parte della lotta palestinese e che in questo luogo di uguaglianza gli ebrei sono i benvenuti. Penso che questo sia ciò che sta accadendo ora. Sono favorevole al boicottaggio, al disinvestimento e alle sanzioni contro Israele e facendo questo, sto conducendo un dialogo vero. Anche se molti israeliani dicono che io sono contro il dialogo perché sono per boicottare i loro prodotti, penso che solo mostrando solidarietà con i palestinesi è possibile avviare il dialogo vero, riconoscendo chi è l’oppressore e chi gli oppressi. Questo è la via attraverso la quale si può raggiungere l’idea di uno stato bi-nazionale per tutti. Questa è l’unico modo per distruggere la separazione della Green Line e avviare un vero dialogo tra di noi.
Allo stesso tempo, qualcosa sta cambiando in Israele, negli ultimi tempi ci sono state manifestazioni e proteste, ma temo che escludano i diritti dei palestinesi a Tel Aviv, e che gli israeliani vogliano creare uno stato ebraico.
A fine settembre farete un tour americano di Aspettando Godot. Quali sono le vostre aspettative?
Faremo il tour di Aspettando Godot per tre settimane. Probabilmente dobbiamo cambiare il titolo dello spettacolo perché non abbiamo i diritti d’autore per usare quello originale. Stiamo pensando a While Waiting. Spero di rappresentarlo in molti luoghi, e spero in cinema e teatri, perché questi attori sono le voci giovani della Palestina e l’obiettivo principale del Freedom Theatre è quello di offrire un altro tipo di resistenza.
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⇨ Anna Blume: Dichtungen (1919)
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Merzpoesia I
O tu amata dei miei ventisette sensi, io a te
amo! tu di te te a te, io a te, tu a me. – Noi?
Ma questo (detto fra parentesi) non c’entra.
Chi sei tu, innumerevole femmina? Tu sei… sei tu?
- la gente dice, che saresti, – lasciala dire, non
sa come sta in piedi un campanile.
Porti il cappello sui tuoi piedi e cammini sulle
mani, sulle mani tu cammini.
Ehi, i tuoi vestiti rossi, segati in pieghe bianche.
Rossa io amo Anna Blume, rossa, io amo a te! Tu di te te
a te, io a te, tu a me. – Noi?
Questo (detto fra parentesi) sta meglio nella fredda brace.
Rosso fiore, rossa Anna Blume, come dice la gente?
Indovinello: 1. Anna Blume ha un grillo.
2. Anna Blume è rossa.
3. Che colore ha il grillo?
Blu è il colore dei capelli gialli.
Rosso è il tubare del tuo verde grillo.
Tu ragazza schietta nel vestito di casa, tu cara verde bestiola,
io amo a te! – Tu di te a te, io a te, tu a me;
- Noi?
Ma questo sta meglio (detto fra parentesi) nella cassetta della brace.
Anna Blume! Anna, a-n-n-a, io sgocciolo il tuo nome. Il tuo
nome gocciola come morbido sego di bue.
Lo sai, Anna, lo sai già?
Ti si può leggere anche da dietro, e tu, tu la più splendida
fra tutte sei da dietro come davanti: “a-n-n-a”;.
Sego di bue gocciola accarezzare sulla mia schiena.
Anna Blume, tu bestiola, gocciolone, io amo a te.
[ trad. Arturo Schwarz ]
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⇨ Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?
[1956 collage con immagini e pubblicità di riviste popolari dell’epoca]
Un culturista muscoloso brandisce provocatoriamente un lecca lecca Tootsie Pop verso una ragazza molto ben fornita di attributi con cappello a paralume in testa. Intorno quei prodotti in voga che renderebbero le case moderne così differenti e così affascinanti, come l’aspirapolvere Hoover “Constellation” a palla, il prosciutto in scatola HAM, la televisione Stromberg-Carlson e il magnetofono a nastro Boosey & Hawkes “Reporter” .
Il collage fu creato per il catalogo della mostra ⇨ This Is Tomorrow a Londra nel 1956.
E’considerata la prima opera della Pop Art, così definita da Hamiltonin una lettera del 1957 a Alison e Peter Smithson:
Pop Art is:
Popular (designed for a mass audience)
Transient (short term solution)
Expendable (easily forgotten)
Low Cost
Mass Produced
Young (aimed at Youth)
Witty
Sexy
Gimmicky
Glamorous
and Big Business
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[ Alberto Savinio, OGGETTI NELLA FORESTA ]
Alberto Savinio [ 1891 - 1952 ] Serenata per pianoforte
di Alberto Savinio
da NUOVA ENCICLOPEDIA
ZAMPIRONI. Quei piccoli coni di polvere insettifuga che si bruciano la sera nelle camere per stupefare le zanzare e renderle incruente; gli zampironi, altrimenti detti “sonni tranquilli”, che si consumano in accensioni e fumate intermittenti e danno idea di minuscoli vulcani in istato di eruzione; gli zampironi si chiamano così dal nome dell’inventore Gio Batta Zampironi, che fondò nel suo laboratorio in Mestre nel 1862. Per venti anni e più dal 1922 al 1943, gli italiani furono educati all’ammirazione di ogni sorta di ammazzatori e al disprezzo di coloro che hanno operato per il bene dell’umanità; e il secolo decimonono, eccellentemente umanitario, fu chiamato con le parole stesse di Lèon Daudet lo “stupido secolo decimo nono”. I vent’anni sono passati e gli italiani possono tornare senza pericolo a disprezzare gli ammazzatori e a onorare i benefattori, compresi i minimi come Gio Batta Zampironi, il quale per averci salvati dalle punture delle zanzare in un paese così dovizioso purtroppo di questi ditteri crudeli, può a ragion veduta esser tenuto egli pure un benefattore dell’umanità: Due anni or sono un giornalista romano propose di abbattere alcuni monumenti “ottocenteschi” della capitale e fondere col loro bronzo dei cannoni, e fra i monumenti da abbattere metteva anche il monumento a Terenzio Mamiani che non è di bronzo ma di marmo. Quel giornalista credeva probabilmente che le palle dei cannoni sono ancora di pietra come quelle che da Castel Sant’Angelo sparava Benvenuto Cellini. A partire da quale grado di merito l’uomo è degno di essere perpetuato nel marmo e nel bronzo? Ora che i monumenti eretti dalla dittatura sono stati rimossi, si potrebbe sostituirli con monumenti a Gio Batta Zampironi e ad altri italiani modesti ma degni della nostra gratitudine. Un altro ‘ piccolo ‘ benefattore è Pellegrino Artusi, autore di quella Scienza in Cucina e Arte di Mangiar bene che negli scaffali delle librerie potrebbe vantaggiosamente sostituire i Discorsi del dittatore. Pellegrino Artusi è il nostro Brillat Savarin e il suo libro uno dei maggiori successi dell’editoria italiana, è scritto come naturale in un italiano molto saporito. Pellegrino Artusi salì in fama di grande cuoco a Firenze, ov’ebbe a rivale il grande Doney, ma era nativo di Forlimpopoli, in Romagna. Prima di morire, questo artista della culinaria lasciò una somma da destinarsi in premio al primo grande uomo che fosse nato nel raggio di alcuni chilometri intorno alla sua città natale. Mancano poche centinaia di metri perché entro il raggio del Premio Artusi sia inclusa anche Predappio.
Alberto Savinio
[ pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico; Atene, 25 agosto 1891 – Roma, 5 maggio 1952 ]
NUOVA ENCICLOPEDIA
1977
Adelphi
[ fatto doverosamente un monumento - seppur letterario - al mitico Gio Batta Zampironi - fra i pochi ad avere il suo cognome assurto all’onore di parola d’uso comune - insieme a Montgolfier e Guillotin - Birò e Béchamel - Pullman e Sandwich - ed eretto un bel busto al saporoso Artusi - di cui consiglio - senza se e senza ma - a pag. 450 della vecchia edizione Marzocco de L’ARTE DI MANGIAR BENE - la deliziosa ricetta della Zuppa Inglese - e di annotarsi la massima - quasi fondo pagina - quasi un consiglio letterario - “I savoiardi badate di non inzupparli troppo nel rosolio perché lo rigetterebbero.” - si può parlare - non gastronomicamente - a proposito di ZAMPIRONI di riso - denti al posto dei chicchi bianchi - le rire severo di Bergson e un po’ quello jaune - dei francesi - giallo come il risotto dei milanesi - nel caso un ridere a denti stretti - un ridere acuto e spillante vizi e mezze figure di cui Savinio è maestro di fioretto e fantasia - oltre ad essere artista a 360 gradi su 360 - pittura - musica e letteratura - introvabili simili - anche lontanissimamente - tra gli odierni - per non parlare poi di quel che smuove l’effluvio bruciaticcio di piretro naturale - non certo la sintetica alletrina - dei suddetti zanzarifughi - ai tempi di Savinio con la forma di piccolo cono di certi incensi e poi spiraliformi - come il disegno patafisico della Grand Gidouille sull’opima ventraglia del Père Ubu - ma ora non più molto in voga e sostituiti da elettroemanatori&similia - piccoli punti rossi di brace di tante notti d’estate e giardini delle infanzie - dal sentore ancor più evocativo che addentar madeleinettes - di sicuro (o.p.) ]